Lunedì, 20 Novembre 2017

Prefazione di Pietro Kuciukian

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Sono un motociclista. Ho percorso molte strade in sella a tutti i tipi di moto, ma il mezzo che più si avvicina alla bicicletta di Fernando Da Re e a quella del suo amico Enzo Pellegrini è la mia moto da trial.

Il trialista affronta a bassa velocità, mulattiere, sentieri, guadi,  e anche ostacoli impegnativi, usando la forza del motore ma specialmente l’energia del corpo che si muove in tutte  le direzioni per poter mantenere trazione ed equilibrio. La fatica è grande, simile a quella che opprime e soddisfa nello stesso tempo il cicloturista, specialmente il turista in mountain-bike. E dopo la fatica, incontri, paesaggi, pasti e riposi acquistano un sapore che nessun altro mezzo di locomozione concede.

E  la soddisfazione quotidiana di avere  raggiunto un traguardo, di avere superato un ostacolo, spinge a scrivere le memorie di viaggio, come è successo all’autore che si è letteralmente innamorato dell’Armenia e ancora di più, della gente armena.

Il titolo del suo libro lo testimonia.

I “dueruotisti”  sono soli con se stessi, ma dentro il mondo. La guida è automatica, controllata dal corpo, non impegna la mente. Il pensiero, che non è mai eguale, vive all’interno, osserva il fuori con occhi curiosi. Facile l’arresto, la deviazione subitanea, l’esplorazione di luoghi impervi, l’ incontro di volti amici. Volti sempre amici, ovunque, ma specialmente in Armenia dove chi non guida un’ automobile ma una due ruote e magari è vestito semplicemente, sudato e contraffatto dalla fatica, viene immediatamente  aiutato,  accudito, sfamato.

 Chi viaggia su due ruote sente i rumori, gli odori, le variazioni di temperatura, la pioggia e il vento , il sole che scalda la testa e l’acqua che entra nei muscoli. Le memorie del viaggio,  i più piccoli particolari, si imprimono nella mente , “timbrata” da ciò che si vede e si sente, dalla fatica che rinsalda i ricordi.

Diverso è viaggiare in automobile, dove si è rinchiusi in una dimora propria, un guscio di tartaruga inseparabile da noi stessi, che rende più difficile il contatto con l’esterno. Chi viaggia in auto stabilisce rapporti con i compagni di viaggio  che ha a bordo, con la radio, con il telefono cellulare che lo proietta lontano. La guida richiede attenzione totale, non si può, ad esempio,  osservare lateralmente ciò che appare, pena l’uscita di strada. E il pensiero ritorna spesso ai problemi di vita e di lavoro. L’auto dà sicurezza, ma talvolta può essere un guscio falsamente protettivo che,  a causa della mole non può  evitare l’ostacolo improvviso. Il guidatore  è seduto in una poltrona del proprio “salotto” di fronte a un televisore muto che lo ipnotizza. Quando l’automobilista si arresta e scende dall’auto incontra un mondo che non ha assimilato, spesso si sente fuori luogo e a volte fuori tempo. L’automobilista  subisce lo spazio e il tempo e le esperienze e i ricordi  gli scivolano via  facilmente.

“Con l’Armenia nel cuore”, titolo veramente appropriato e significativo, è un diario di viaggio che mi ha coinvolto e commosso. Ho ripercorso con l’autore i miei tanti viaggi in Armenia, in Karabakh, in Georgia, nel  Giavakh, nelle comunità armene sparse nel mondo. Ho ritrovato emozioni che credevo perdute, ho rivisto con occhi diversi, gli occhi dell’autore,  un mondo, i mondi che mi avevano affascinato, colpito nel profondo. Inizialmente pensavo che questo dipendesse dal mio essere armeno, ma poi  ho capito, leggendo queste pagine, che certe sensazioni appartengono all’uomo, ad ogni uomo che si ponga nella condizione di viandante, aperto all’ignoto, più che nella condizione di pellegrino alla ricerca di conferme. E’ questo che Fernando da Re è riuscito a trasmettermi.

Quando  narra dell’incontro con una bambina in cima ad una montagna, in un villaggio sperduto dove nessuno parla una lingua occidentale, una  bambina di 9 anni che conversa con lui in un buon inglese, imparato non a scuola ma da sola, in mezzo a pastori semianalfabeti, ho sentito il mio battito cardiaco aumentare il suo ritmo. Sono stato afferrato dall’immagine delle ragazze armene, poliglotte, abili pianiste, dedite allo studio o ai raffinati ricami che,  sporche, stracciate, seminude, venivano deportate nelle carovane della morte, durante il genocidio del  1915.

Ad Areni, un villaggio a sud , Fernando, stanco e affaticato, viene invitato da un armeno di passaggio a salire sul suo pulmino. Il guidatore non vuole assolutamente essere pagato, anzi lo invita a casa a mangiare.  L’ospitalità armena” scrive l’autore, “ non si misura, la si pesa incontrandola. Forse in questa terra circondata da montagne, protetto e conservato, spontaneo e non coltivato, antico ma tradizionale, l’ospitalità è il più bel frutto che si possa coltivare”.

A Martuni i due amici vengono invitati  in una casa armena. L’ospitalità, l’amicizia, la generosità  con cui sono accolti  fanno nascere in  Fernando   questa riflessione: “Stava accadendo per me e per Enzo un fatto che cambiò totalmente i giorni e il modo di viverli, mi resi conto che il viaggio poteva terminare in quel momento, perché come viaggiatore ne avevo provato l’essenza”.

L’autore è incantato dalla gente ma anche dai paesaggi incontaminati, intatti, che incontra lungo il suo viaggio in bicicletta da Tbilisi, in Georgia, a Goris, nel sud dell’Armenia, assieme al fidato amico Enzo Pellegrini, detto “tomtom” per le sue capacità di navigatore. Persone e natura vengono loro incontro come un dono, profuso a piene mani:  ” Un villaggio, cavalli al pascolo con puledri accanto alle madri, quattro anziani sollevarono il viso per salutarci. Poi la strada scende lungo la valle che diventa sempre più verde e si arricchisce di fiori. Solo un pittore folle avrebbe progettato il campo che stavamo osservando, le macchie bianche, verdi, lilla, gialle costruivano un labirinto multicolore, quei cespugli variopinti ravvicinati, non li avevo mai trovati in questo viaggio”. 

L’Armenia oggi è un piccolo paese dell’area sub caucasica, ma nell’antichità fu un vasto regno che si estendeva dai confini orientali della Cappadocia al Mediterraneo, sino alle coste del Mar Caspio e del Mar Nero. Il Monte Ararat sul quale , secondo la tradizione biblica, si sarebbe arenata l’arca di Noè , ha visto nascere e fiorire il cristianesimo, divenuto nel IV secolo un elemento costitutivo dell’identità del popolo armeno. Su questo territorio crebbe una elevata civiltà cristiana, civiltà che Fernando Da Re ha potuto conoscere e vivere dall’interno e della quale  ha reso testimonianza in questo affascinante racconto di viaggio.  Pietro Kuciukian  Milano, 20 ottobre 2013