Venerdì, 20 Aprile 2018

Yegishe Charents di Gevorg Emin

La vita gli riservò un breve corso.

Ingiusto, maledettamente ingiusto;

Le aquile tardivamente innalzarono

Alla sua fama postuma gridi di lode nell’aria.

C’era molto per cui non lo avrebbero dimenticato

Quelli che fino ad allora con freddezza e occhi indifferenti

Osservavano la casa dov’era nato, vissuto,

E dove per la prima volta vide la terra natia e i suoi cieli.

 

Della sua grandezza poetica e orgoglio,

I suoi nemici ricordano solo canovacci.

La lastra marmorea per il suo monumento 

Ancora giace, intagliata, nella cava di montagna.

Come quercia con sangue bollente nelle vene

Egli tiene lontani i fulmini con nobile corona.

Prima degli strenui sforzi degli squilli di tromba di battaglia

L’addolorato saz degli adulatori si spegne.  

Cerchi la sua tomba, o vivente?

Non la troverai pur cercando nel modo migliore.  

Yegishe Charents vive, la sua fama è eterna,

Resta vivo nelle poesie e nel pianto.

(Gevorg Emin, pag. 69 Songs of Armenia trad. Fernando Da Re giugno 2017)

 

Yeghishe Charents (1897-1937). Nasce a Gars, città capoluogo dell’omonima regione dell’Armenia del nord, attualmente territorio turco. Abbraccia da giovanissimo l’ideale del Partito Bolscevico e compone numerosi poemi per esaltarne le vittorie e irridere il passato regime. Ha un dono naturale per la scrittura e con grande a utorevolezza esplora tutti i generi letterari e poetici. Gli piace provocare e oltre che negli scritti questo appare anche nella vita di tutti i giorni quasi a calmare profonde angosce e incertezze. Non risparmia il regime e viene per questo attaccato in pubblico dai suoi nemici. Compone utilizzando svariati stili quasi volendosi avvicinare ai grandi di ogni paese ed epoca. La sua creazione letteraria approda spesso anche alle tendenze dell’epoca quali il simbolismo, futurismo, realismo e altri i smi  nei quali molti critici e nemici spesso lo configurano. Nel 1915 si arruola nelle truppe russe in guerra contro la Turchia. Scrive per quell’occasione la “Leggenda Dantesca” nel 1916, con brani di forte impatto emotivo.  Nello stesso anno si reca a Mosca per continuare gli studi universitari. Si iscrive al Partito Comunista e partecipa di persona alla rivoluzione d’Ottobre. Poeta della rivoluzione e della lotta sociale, non tralascia la lirica intima e quella ritmata ispirata alla sua patria l’Armenia. Canta l’Armenia scrivendo:

Ovunque io sia

Non dimentico i nostri canti dolorosi,

Non dimentico i nostri libri medievali divenuti preghiere,

Per quanto trafiggano il mio cuore le nostre ferite dissanguanti

Io amo sempre la mia amante Armenia, orfana ed insanguinata.

I versi per l’Armenia sono ricolmi di espressioni liriche tormentate per un Paese dolce, di belle figure femminili, di acque limpide, ma anche di canti apportatori di nostalgie e ricordi. Nel 1934 sembra preso di mira per alcuni interventi pubblici suscitando i primi dubbi di “nazionalismo deviante”. Subisce interrogatori e un grottesco processo che lo condanna al domicilio coatto. Morirà in prigione nel 1937 dove viene trovato esanime, dietro un pilastro, con il cranio fracassato. La famiglia verrà informata solo nel 1955 dopo la morte di Stalin. Della sua opera sono stati raccolti ben otto volumi molti dei quali usciti e pubblicati clandestinamente dalla prigione. Non si esclude che possano esistere ancora scritti inediti. (Note prese da "La Lirica Armena" di H. Manoukian)